Gli Appenninisti – Lama del Dolo
aprile 20, 2011 by paolino
Archiviato in Alpinismo, In Evidenza, Relazioni
di Giampaolo Simonini e Aleardo Menozzi
Cercare la verticalità sul nostro Appennino vuol dire, salvo rare eccezioni, avere a che fare con l’arenaria.
E arenaria vuol dire roccia fratturata e discontinua, sassi che cadono, fessure nelle quali i chiodi hanno spesso la raucedine, friends che si sfilano… basterebbe questo per scoraggiare i più volonterosi.
Eppure la nostra arenaria ha un fascino tutto particolare. Saranno i disegni dei muschi e dei licheni, sarà l’aderenza da carta vetrata, sarà la meraviglia e il piacere di ritrovare i chiodi arrugginiti di Pincelli e Oppio, saranno i crolli incombenti che si vedono attorno e che inducono a una cautela silenziosa, ma l’arrampicata sul nostro Appennino ha un carattere veramente unico. Senza contare che d’inverno la volubile arenaria acquista pure un po’ di solidità e compostezza grazie a quel magnifico cemento che è il gelo.
Gli appenninisti sanno di essere figli di un dio minore, non hanno nomi di vie o di pareti altisonanti da sfoggiare con gli amici, sono disposti a perdere le loro giornate per dei progetti che spesso falliscono: la linea per cui si sono entusiasmati se è invernale non è quasi mai in condizioni, se è su roccia si scontra con la banale constatazione: “Qui è tutto marcio!”.
A volte però vi sono piacevoli eccezioni. Ci si lascia guidare dall’ispirazione e si riesce a salire una via tra neve, roccia e terra gelata. Ci si arma di un po’ di pazienza e di un piede di porco e si capisce che con un buon disgaggio “potrebbe venirne una via”.
Sono nati così diversi progetti: la ristrutturazione della falesia su ofiolite di Varana (in parte sponsorizzata dalla FASI), la rimessa in auge della “depredata” falesia di Civago, diversi monotiri a Valbona, qualche via invernale e infine alcune realizzazioni nella Valle del Dolo, in un paesaggio veramente unico costituito da un muraglione di arenaria, elevatosi alla verticalità per non si sa quale movimento geologico e conficcato su di un lato del Torrente Dolo.
Un’altra via molto interessante sempre aperta da Simonini Menozzi è la Via della Spada. Trovate la relazione qui: Via della Spada
In particolare per la via “Lama del Dolo” si è pensato a una chiodatura “moderna” a fix per consentire una salita in condizioni di relativa sicurezza anche nei tratti non proteggibili con sistemi veloci. Ovviamente la chiodatura è stata accompagnata a un’azione di disgaggio che però non dovrà esimere chi ripete la via dal prestare la massima attenzione all’eventuale cedimento di appigli e appoggi e ai grossi massi appoggiati, che si trovano qua e là e che sarebbe meglio lasciare dove sono.
Sicuramente le arenarie incombenti sul Dolo hanno attratto in passato arrampicatori locali. La via, recentemente salita dal basso da Montanari e Vaccari (2008), era stata forse già percorsa in passato, come testimonierebbero gli armi, i chiodi e i cordini trovati nella parte alta e qualche chiodo sulla sommità di un gradone nella zona centrale. Anche sul paretone che si conficca nel Dolo è visibile qualche isolato chiodo arrugginito, testimone quantomeno di un tentativo di salita. Le geometrie gotiche di queste rocce, le lastre spezzate e i crolli, fanno da contorno a un’arrampicata piacevole, mai banale, fatta di aderenza, di crepe, di buchi svasi, ma anche brevi camini e strapiombetti. Lo straordinario paesaggio dominato dal sottile filo del muraglione e dalla striscia di acqua tumultuosa del Dolo che scorre al di sotto accompagna una salita di circa 120 m per uno sviluppo complessivo di sei tiri.
Lama del Dolo
Dislivello: 115m
Sviluppo:140m
Tiri: 6
Difficoltà:D+ max 6a. protezione S2
Attrezzatura: Normale dotazione alpinistica. Ottimi i friend medi. Tutte le soste sono attrezzate
Lama del Dolo
Lama del Dolo” percorre il filo sommitale di un imponente lastrone di arenaria che s’innalza, quasi verticale, dalle rive del Torrente Dolo. La zona è ricca di spettacolari bancate di rocce stratificate (arenarie di Cervarola) che in seguito ad un movimento di sollevamento hanno acquisito una giacitura pressoché verticale. Il lastrone della nostra via è sicuramente il più interessante: oltre al bellissimo filo sommitale ha una vasta parete che si getta a picco nelle acque del torrente in un ambiente suggestivo e incontaminato.
La qualità della roccia è nel complesso discreta: ci sono interi tratti solidissimi e abrasivi, ma non mancano massi instabili anche molto grossi ai quali occorre prestare la massima attenzione.
La via è attrezzata a fix: nei tratti più impegnativi la distanza tra le protezioni è quasi da falesia, in quelli più semplici la chiodatura si allunga di molto (sono utili protezioni veloci a dadi e camme). Le soste sono su due fix senza catena.
Accesso
A qualche chilometro dall’abitato di Civago, sulla strada provinciale SP 09 che conduce a Villa Minozzo, si trovano i suggestivi ruderi della “Torre dell’Amorotto”; parcheggiare l’auto nel piccolo spiazzo all’imbocco nord della galleria che passa proprio sotto la torre e prendere l’evidente sentiero a fianco delle rocce, seguendo poi le indicazioni per la palestra di roccia. Arrivati a uno steccato girare a destra, oltrepassare la palestra di roccia e proseguire fino a che non si giunge sotto a un ponte della strada provinciale. Qui occorre abbandonare il sentiero e scendere a sinistra, senza percorso obbligato, fino al Torrente Dolo, inizialmente lungo un canalino sassoso poi, quando questo si fa più ripido, scollinando verso destra per tracce. Giunti al letto del Torrente Dolo, proseguire verso valle per qualche centinaio di metri fino a ritrovarsi, dopo una stretta ansa a destra, in un tratto rettilineo delimitato sulla sinistra dal paretone di roccia sul cui filo sommitale corre la nostra via. Ci si sposta sulla sponda opposta (destra) e si continua fino alla successiva ansa verso sinistra dove si attraversa di nuovo il torrente. Si sale per qualche metro il boschetto d’argine fino a portarsi sotto al diedro del primo tiro (ometto, fix visibili, 790 m s.l.m.).
Descrizione della via
I tiro
Si sale l’evidente diedro facendo attenzione alle rocce lamellari piuttosto friabili sulla sinistra. Dopo pochi passi, conviene abbandonare il diedro e spostarsi sulla solida e abrasiva arenaria nerastra della parete di destra (5b), 3 fix. Successivamente la via si articola tra scavalcamenti di blocchi di arenaria e tratti erbosi (4b, 2 fix). Si giunge alla prima sosta nei pressi di una piccola piazzola con un grosso spuntone (5b, 4b), 5 fix, 30 m
II tiro
Si sale un breve tratto appoggiato (4b), 1 fix, che conduce ad un vasto spiazzo; si procede ancora per una decina di metri superando un altro salto (4b), 1 fix, fino a giungere ad un altro spiazzo, più piccolo, proprio all’attacco di un bel pinnacolo appuntito alla cui base è collocata la seconda sosta (4b), 3 fix , 25 m
III tiro
Si sale per circa 4 m in tecnica Dülfer, sfruttando una crepa (5c), 2 fix, poi su placca e dopo un movimento delicato si esce a sinistra della cuspide (5b), 2 fix. Si giunge ad un tratto orizzontale (1 fix) e si raggiunge la terza sosta (5c, 5b), 5 fix, 15 m
IV tiro
Si attacca un secondo pinnacolo, non difficile ma molto friabile se si resta sul filo, a causa di grossi massi pericolanti. Conviene attraversare a sinistra in traverso esposto per circa tre metri, e risalire in placca il pinnacolo, dando le spalle al Dolo (4b), 4 fix. Si raggiunge di nuovo il filo su un piano inclinato a circa 65° (1 fix), per arrivare ad un passaggio delicato su roccia friabile (5b), 1 fix, che consente di sormontare definitivamente il pinnacolo. Arrivati alla sua sommità, un ulteriore tratto orizzontale (1 fix) porta alla quarta sosta, ricavata sulla parete di un caratteristico pilastro a parallelepipedo fessurato, alto circa 3 m (4b, 5b), 7 fix, 30 m
V tiro
Con una facile progressione (3c), 1 fix, si scavalcano grossi massi ed una forcelletta in cui si debbono appoggiare i piedi su grossi macigni instabili (attenzione!), per poi risalire ad una piazzola proprio sotto l’ultimo strappo (3c), 1 fix, 15 m
VI tiro
Si sale l’ultimo pinnacolo con una bella e delicata arrampicata in placca, sfruttando per l’uscita i bordi del lastrone e dei caratteristici buchi a conca (6a), 4 fix. Giunti alla cima della cuspide si trova una catena nuova, non si sosta ma si continua su un facile tratto inclinato a 20° (protezione possibile su un arbusto di biancospino) fino alla sosta finale a 905 m s.l.m. (6a), 4 fix, 25 m
Per tornare al parcheggio si risale il bosco di querce fino ad un altro muro di rocce, parallelo a quello della via ma collocato qualche metro più a destra (questo muro va a costituire, poco più in alto, la parete della Palestra di Roccia di Civago). Lo si costeggia tenendolo sulla destra fino a incontrare, dopo qualche decina di metri, una stretta fenditura. Da qui si può passare dall’altro lato attraversando la fessura (togliere lo zaino) oppure, in alternativa, salire con qualche passo di II o III sul filo del muro e proseguire sulla sua sommità. Continuando ancora in salita per qualche decina di metri si raggiunge una coppia di piccoli gendarmi di roccia e poco dopo si arriva alla base della Palestra di Roccia di Civago. Per comodo sentiero si torna al parcheggio nei pressi della galleria.


Bella veramente!
Complimenti a Gianpaolo ed Aleardo per l’apertura e l’efficace racconto.
Proverò presto una ripetizione
Nicola
E io farei volentieri da secondo!
Partenza: 2620m (rif. Re Alberto) – Arrivo: 2800 m ??????
)
Mi sa tanto di Torre del Vajolet…
LOL… per l’occhiello con i dati della relazione uso un template che è proprio quello delle torri del Vajolet.
Ho tolto quei dati che erano sbagliati.
Grazie mille della segnalazione!
Sabato belli baldanzosi ma anche alla ricerca di una via “plaisir” che non ci impegnasse più di tanto e stanchi della “solita Pietra”, siamo andati a mettere il naso negli anfratti del Dolo, appena prima di Civago.
Mossi anche dalla invitante relazione e foto di Gianpaolo Simonini sul sito di Castelfranco E. ci si è svelato un piccolo angolo di paradiso a due passi da casa.
Ahh, magie dell’Appennino, appena sotto alla statale scorre sinuoso il Dolo le cui acque cristalline traggono origine dal parco del Gigante con il Cusna e Prado che si presentano come guardiani di tutte queste gocce vitali che scendono a nord del crinale.
Il risultato è una zona di rara bellezza, incontaminata anche perché non immediata da raggiungere e la cui morfologia la rende più una eccezione nelle nostre appenniniche vette.
Della roccia è meglio non parlare o meglio non si viene qui per quello.
Noi cercavamo la via della “Lama del Dolo”, via di recente spittata dalla coppia Simonini e Menozzi, la cui paternità e recente messa in sicurezza ha mosso il solito vespaio / vespasiano da parte di alcuni puristi.
Io, personalmente, ritengo l’opera di Gianpaolo e Aleardo ottima non tanto per la messa in sicurezza di un terreno “delicato” come lo è l’arenaria ma piuttosto perché hanno alzato il velo su questo piccolo angolo di natura ed allo stesso tempo spedito un invito a metterci il naso, a tutti quei arrampicatori sportivi che sennò mai e poi mai avrebbero accettato la sfida, ed anche noi oggi probabilmente siamo qui grazie a loro.
Arrivare all’attacco già presuppone di muoversi con cognizione tra il canalone di detriti e fogliame e salti di rocce, l’ultimo dei quali superato con una doppia su albero che mi farà smarrire la relazione.
Ora è tutto a naso, non si parla di esplorazione ma certo seguire il greto di un fiume per trovare una via di cui non si conosce itinerario ed attacco, dona una certa soddisfazione e stuzzica il bimbo celato a fatica durante la settimana lavorativa.
Così al primo ometto e fila di spit quasi ci dispiace abbandonare il dolo per intraprendere la direzione verticale.
La relazione la trovate qui:
http://www.nikobeta.net/FTP/lama_del_Dolo_r01.pdf
ma non è importante, così come col senno di poi a casa e rileggendo quella della coppia di cui sopra i dubbi sono aumentati.
Pensiamo di non aver percorso la via “Lama del Dolo” bensì un’altra, di cui ignoriamo nome, relazione, apritori, insomma tutto.
Ringraziamo però di cuore, chi si è preso la briga di spittare anche questa linea, tante altre ne abbiamo intraviste tra le pieghe dei licheni e scaglie appoggiate.
Il settore merita attenzione ma forse no, la Pietra insegna e se un domani si ergesse un chiosco “Ansa del Dolo” con climber a petto nudo a bere la birra dopo la prestazione, allora non avrebbe senso perdere la relazione.
Cosa che consiglio di fare anche a voi.
Nicola Bertolani
Foto (per la maggior parte di Paolo Gatti):
http://www.nikobeta.net/images/Lama_del_Dolo-via_Unknow/index.html
Ciao Nikobeta,
la via che hai salito è la “Via della Spada”.
Mi fa piacere che ti sia piaciuta, l’abbiamo finita di sistemare due o tre settimane fa quindi penso siate i primi ripetitori.
La relazione la trovi sul sito di Reggiogas
http://www.reggiogas.it/pdf/ViadellaSpada.pdf
Prova adare un occhio alla gradazione (non alcolica)…
Attenzione alla roccia non sempre impeccabile.
Aleardo
Mi state facendo venire la voglia…
… mi sa che a Settembre le metto in programma!