I Magnifici Quattro

settembre 1, 2010 by paolino  
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I Magnifici Quattro – Via Ferrata di Miglio

Via Ferrata

Relazione del: Agosto 2010
Note: Inaugurata il 4 Luglio 2010, è dedicata ai 4 volontari Alex, Diego, Erwin e Luca, morti in Val Lasties il 26 dicembre 2009 durante un’operazione di soccorso alpino.
Dislivello: 700m di cui 500 la via ferrata
Difficoltà: Via ferrata molto difficile
Salita: 3h per la salita di cui 2:30 la via ferrata
Discesa: 1.15h per la pista da sci
Attrezzatura: Attrezzatura da ferrata.
Partenza: Da Pozza di Fassa alla Malga Crocifisso, dopo 500 m si incontra sulla sinistra un ponticello di legno sul Rio S. Nicolò (possibilità di parcheggio limitata)

Qualche giorno or sono mi recai in un negozio specializzato in attrezzature ed articoli per la montagna per effettuare gli ultimi acquisti prima di partire per le agognate e meritate vacanze in Val di Fassa. Mentre cercavo un paio di pantaloni mi sono imbattuto in uno scaffale pieno di scintillanti scarpette da arrampicata; il mio cuore si è acceso, la passione ha messo in moto la mia fantasia e guardando e rimirando i vari modelli già mi immaginavo approcciarmi a qualche palestrina della valle. Sentii una vocina mormorarmi suadente: “Comprami…”. Immediatamente la mia parte razionale intervenne e fermò sul nascere la tentazione: “Che fai ??? Ti sembra il momento? Per le scarpette c’è sempre tempo”. Me ne uscii dal negozio mesto, pensieroso e dimenticando anche di acquistare i pantaloni che tanto mi servivano.
Arrivato finalmente in Val di Fassa ritrovo un paio di “vecchie conoscenze” che bellamente mi invitano con un sms per un’uscita. Cito testualmente:”C’è una nuova ferrata all’inizio di S. Nicolò, descritta come estremamente difficile per la verticalità l’esposizione. Partiamo alle 10 se venite fate un fischio.” In meno di un minuto io e la mia fedele compagna di avventure nonché moglie nella vita, rispondiamo spavaldi con un fischio che si è sentito da Pozza a Campestrin.

Alle 10 in punto Gianni e Rebecca, nel ruolo delle “due vecchie conoscenze”, ci caricano e tutti insieme partiamo alla volta della Valle S.Nicolò nella quale, 500 m dopo la Malga Crocifisso, si trova sulla sinistra un ponticello in legno sul Rio S.Nicolò e subito oltre una piccola costruzione in legno su cui è appeso un cartello a freccia con la scritta FERRATA. Si parcheggia (attenzione ai divieti) e si segue un vecchio sentiero forestale che muove lungo il fiume in direzione monte per circa 200 m sino all’incrocio del sentiero per il Buffaure a destra. Si comincia a salire per tornanti per poi puntare alla grande spaccatura alla base della parete (dal parcheggio 30 minuti). La salita è erta ed una volta giunti all’attacco si consiglia di tirare il fiato, indossare imbrago, casco e kit da ferrata. I primi metri vi fanno capire subito che sarà divertente, ma molto tosto: un impegnativo camino su una roccia coperta di un insidiosa sabbiolina rendono la partenza faticosa ed i meno esperti saranno portati ad utilizzare molto le braccia. Fortunatamente in un paio di punti sono presenti gradoni dove poter per lo meno meditare su come affrontare i successivi tratti.

Cercare con calma gli appigli giusti è fondamentale per non consumare troppe energie. In uno di questi momenti ho ripensato a quella vocina che di tutto aveva fatto per convincermi ad acquistare le scarpette da arrampicata, se solo l’avessi ascoltata, accidenti alla mia parte razionale! Oltre a ciò mi sono reso conto che le “vecchie conoscenze” erano anche due “vecchie volpi” perchè loro sì che avevano le scarpette da arrampicata!

Usciti dall’arioso camino ci si trova a superare un traverso su placca a sinistra, non estremo, ma da affrontare con cautela, dopodiché il cavo ricomincia a salire verticalmente, in un’alternanza di placche, diedri e piani inclinati, ma la roccia offre in questo tratto qualche appiglio in più dove poter puntare lo scarpone. Si esce a questo punto su un terrazzo che fa da base ad un enorme diedro che alcuni chiamano punto di meditazione, ma che nei miei ricordi rimarrà per sempre punto della disperazione: il cavo si inerpica a ridosso di un angusto camino all’incrocio delle due pareti del diedro stesso per poi proseguire con un aereo, lungo e STRAPIOMBANTE traverso in salita a circa una decina di metri di altezza rispetto alla terrazza in cui teoricamente avrei dovuto meditare, ma dove in realtà lo sconforto mi sta ridendo in faccia mentre la stanchezza si è seduta sul casco e sullo zaino. Guardo negli occhi la mia fida mogliettina e vedo chiaramente l’espressione di chi affronta la Salerno-Reggio Calabria per la prima volta. Dietro di noi all’improvviso un grido: “BELLISSIMO !”: la più giovane delle volpi sembra entusiasta e smaniosa di essere la prima ad affrontare l’ostacolo. Gli tirerei una badilata su un piedino! Bellissimo dice, lei che ha alle spalle anni di palestra boulder, palestra di roccia e quelle dannate e scintillanti scarpette da arrampicata. L’altra volpe ha un sorriso di chi sa che l’esperienza conta più di mille palestre e silenzioso (come una volpe appunto) scruta la roccia e tutti i passaggi figurandosi come impostare ogni piccolo passo. Si comincia: si sale in diagonale verso destra per raggiungere la base del caminetto, poi verticalmente sino ad entrare nello stesso che si rivela essere strapiombante e alquanto stretto, e lo zaino crea qualche difficoltà di passaggio. Una volta superatolo, il cavo si interrompe e ci attende uno dei passaggi più delicati di tutta la ferrata: in opposizione tra le due pareti dobbiamo cercare di arrivare ad agganciare i nostri moschettoni sulla parete opposta, per poi lasciare quella su cui ci troviamo. Non ci sono molti appigli e nessuna staffa, dovrete contare solo su una buona tecnica e tanta acrobazia. Affrontato il passaggio, ci si trova sul traverso strapiombante dove i piedi sono in appoggio su un cavo identico a quello a cui ci si attacca (ponte doppio) e, direi io, ci si abbranca.

In questa fase le braccia sono sotto un notevole sforzo ed è opportuno velocizzare le manovre per uscire quanto prima dalla scomoda e faticosa situazione. La cosa viene resa complicata nel passaggio di “clic clac” da un fittone all’altro perché lo sforzo aumenta e la stabilità diminuisce letteralmente. Io, esausto e molto teso per la situazione, ho letteralmente infilato il braccio tra cavo e roccia per sentir meno lo sforzo di braccia. E mentre per tranquillizzarmi canticchio una canzoncina (American boy di Ellen) mi sovvengon le parole di un mio caro istruttore del corso di alpinismo: “quando si affrontano le ferrate cercate di evitare la tecnica ‘abbranca la pioppa’, non abbracciate il cavo, ma utilizzate piedi ed una delle mani come se doveste arrampicare”. Vorrei vederlo in questa situazione! Con tanta fatica il traverso si percorre e già un altro passaggio chiave ci attende: il cavo inferiore, quello su cui poggiamo i piedi, termina e l’ultimo metro e mezzo di traverso lo si deve affrontare facendo affidamento sulla roccia. Dopo di che anche il cavo a cui siamo attaccati si interrompe per riprendere un metro più a destra con partenza verticale. Questa è una prova fisica e psicologica dove sbagliare può costare caro (siamo attaccati al cavo, ma non è mai bello scivolare in ferrata). Usciti dal traverso (finalmente) si alzano gli occhi al cielo e si vede la terrazza sovrastante con un pino che proietta la sua ombra su di noi, ma per raggiungerlo dobbiamo salire ancora 6-7 metri in verticale con, ahimè, il primo tratto strapiombante. Le braccia possono tradire, lo sforzo fatto sin qui ci deve mettere in guardia ed il livello di concentrazione deve rimanere alto.

Termina qui la prima parte della ferrata, in una grande cengia boschiva; consiglio vivamente di prendere fiato e godersi il panorama. Si riparte per un sentiero di collegamento tra le due parti della ferrata per poi superare un grande traverso attrezzato. La vista sulla valle è fantastica e l’imponenza della parete dei Maerins ci fa sentire piccoli piccoli. Si superano una serie di cavità dove i resti di un posto di guardia ci ricordano che la grande guerra non ha risparmiato quest’angolo di Dolomiti. Attraverso una serie di cenge si arriva poi al grande camino formato dalla parete dei Maerins. Ed io che credevo fosse finita, già pregustavo le foto ricordo, la gioia e la soddisfazione per aver affrontato una ferrata davvero tosta, invece mi ritrovo all’interno di questo enorme anfratto con un cavo d’acciaio che sale dritto dritto sulla parete sinistra.

Questa parte è meno difficoltosa della prima, ma la stanchezza è tanta e si sente tutta. A qualche decina di metri dalla base del camino c’è una placca con una fessura ed io consiglio vivamente di utilizzare tecnica di roccia o vi troverete a tirarvi su di braccia con piede in aderenza facendo doppia fatica. C’è spazio per un terrazzino dove poter tirare il fiato e dove addirittura scatto un paio di foto. Mentre ripongo la macchina fotografica nella sua custodia, alzo gli occhi al cielo a rimirar la bellezza della parete dei Maerins: imponente, severa, altissima. Scorgo due piccoli puntini rossi che si muovono: sono due alpinisti che stanno arrampicando, sono ormai giunti in vetta, manca solo un tiro. Una sola parola: rispetto. Si riparte: il cavo sale dritto su una placca verticale, qualche metro e siamo su un piccolo terrazzino con il libro di vetta; la volpe più anziana lo apre e scrive un commento citando tutti i 4 membri della spedizione. Gli ultimi metri sono muniti anche di qualche staffa, ma le braccia, le gambe e la mente sono esauste, pochi passi, pesanti come macigni e siamo in vetta.

I prati del Buffaure ci accolgono e ci abbracciano nella foto ricordo. Mentre ci togliamo imbrago, set e casco commentiamo l’impresa (per me lo è stata davvero) ed in un clima molto più rilassato prendiamo la via per la Baita Cuz (www.rifugiobaitacuz.com – tel. 0462 760354), ottimo punto di ristoro, dove un gentile Stefano Zulian, proprietario, sembra apprezzare quanto da noi fatto. Scopriamo che è lui l’ideatore ed il gestore della ferrata, e ci racconta come è nata, chi con lui ha provveduto ad attrezzarla (Mauro Giovanazzi) ed infine ci offre anche una grappa fatta da lui. Brindiamo, salutiamo e torniamo a valle per sentiero. Grazie alle vecchie volpi Gianni e Rebecca io e la mia socia Linda abbiamo trascorso una giornata fantastica affrontando la più dura delle ferrate della Val di Fassa e, forse, una delle più impegnative delle Dolomiti.
Dimenticavo: il giorno seguente io e Linda siamo andati a comprare le scarpette da arrampicata. Non saremo due vecchie volpi, ma a star con lo zoppo…..

Commenti

Una risposta to “I Magnifici Quattro”
  1. paolino scrive:

    Secondo me l’istruttore che ti ha detto di non usare la tecnica del “branca la pioppa” è troppo saggio!

    Grande Miglio, splendida relazione e mi sembra davvero splendida ferrata.
    Ti aspetto con altre relazioni da pubblicare: così si fa!

    Ciao

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