sabato, 11 ottobre 2008

Everest Vitesse - resoconto della spedizione

categoria: Varie

Introduzione - di Valeria Maselli
Una spedizione chiamata Everest Vitesse ha tentato di realizzare un sogno, cioè il record di salita e discesa dal campo base dell’Everest alla vetta e ritorno (dal versante tibetano), 60 km andata/ritorno e 3700 metri di dislivello positivo senza ossigeno. Autore della prova il grande campione di skyrunning Bruno Brunod, accompagnato da un team di guide alpine della Valle d’Aosta e dallo psicologo Pietro Trabucchi.
Per le difficili condizioni meteorologiche di quest’anno Brunod non ha completato la prova, ritirandosi a 8300 metri in mezzo a una bufera di neve, lasciando però ai suoi compagni la possibilità di tentare la salita alla vetta (per maggiori informazioni sulla spedizione www.progettomontagna.com).
Il testo che segue è quello di una email che ho ricevuto, insieme ad altri amici, da Pietro Trabucchi pochi giorni dopo il suo ritorno in Italia (è salito in vetta il 5 giugno e il resoconto è del 14 giugno). Rispetto ad altri epici racconti di montagna è molto più intimo e meno trionfalistico ma soprattutto umano. Per questo, subito dopo averlo letto gli ho chiesto se potevo pubblicarlo sul nostro sito e lui, fortunatamente, ha acconsentito.
Valeria Maselli

Brusson 14 giugno 2005 - di Pietro Trabucchi
Parecchi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla mia salita, “quando ho tempo”. Non vorrei dare la sensazione di uno che se la tira. Se non ho inondato le vostre caselle di proclami trionfalistici o di descrizioni eroiche è un po’ perché non sono il tipo e un po’ perché veramente non sento la salita sul tetto cosiddetto “tetto del mondo” come un trionfo personale: è sì una eccellente prestazione alpinistica, ma è anche questione di fortuna. Ma è anche una discesa nei propri inferni personali, almeno così è stato per me, perché la montagna tira fuori tutti i tuoi fantasmi e le tue paure, e si tratta di affrontarli tutti. Quindi “un viaggio” molto privato e personale, difficile da raccontare . II posto è poi realmente un inferno, perché non lascia spazio ai viventi se non per un breve e silenzioso transito. Comunque, visto l’affetto e l’interesse dimostrato, ho fatto uno sforzo e ho buttato giù una cruda cronaca della salita dal campo 3 alla vetta. Così l’ho vissuta.

Innanzitutto sono partito alle 23 dal campo 3, 8300 metri. Avevo uno zaino con un thermos, 2 barrette, 1 paio di moffole di riserva, 1 pila frontale di riserva e due bombole di ossigeno, di cui una già con erogatore attaccata ed io attaccato all’erogatore suddetto. Dunque un peso intorno ai 12-14 kg. Eravamo io, Claudio Rosset - guida alpina e vice capo del Soccorso Alpino Valdostano- e due sherpa, ingaggiati per aiutare Bruno in quest’ultimo tratto un pò tecnico dal campo 3 alla cima. Volevano andare in cima, non avendo potuto farlo la notte precedente causa stop di Bruno, in quanto la salita è molto prestigiosa per loro, significando sicuri ulteriori ingaggi in spedizioni commerciali. Quindi lavoro, e, in ultima analisi, soldi. Appena partiti il terreno è di sfasciume molto fine, pulito dalla neve per colpa del vento, e molto ripido. Sicchè i ramponi non fanno presa ed ogni passo in su se ne fanno due in giù. Per fortuna ci si tira sulle corde fisse. Queste, cordino azzurro da 7-8 mm, alla luce della frontale apparivano spesso danneggiate dalle ramponate dei precedenti utilizzatori. Forse sarebbe stato meglio non attaccarsi con tutto il peso, ma alla fine era inevitabile.

Il campo 3 si trova in mezzo alla parete e da lì si prende un canale, denominato Thunder Crack, che sbuca a 8500-8550 metri sulla cresta sommitale. Nel canale si riesce a camminare per lo più e c’è qualche risalto roccioso da arrampicare, al max 2° grado. Il problema, come mi sono accorto subito, è che con l’erogatore dell’ossigeno sparisce il campo visivo sotto la testa (non si vedono i piedi) e si arrampica alla cieca per quello che riguarda gli appoggi inferiori (oltretutto ingoffiti dagli enormi scarponi d’alta quota e con su i ramponi). Con le mani non è che vada meglio, perché le moffole di alta quota non garantiscono una grande presa. Sicché continuavo a togliere e mettere le moffole, usando le mani ricoperte dai sottoguantini. Nevischiava e non faceva freddissimo, e finchè dentro il canale si era riparati dal vento. C’era anche un altro problema: l’erogatore faceva appannare anche gli occhiali così uno si toglieva le moffole, si passava i sottoguanti sugli occhiali per disappannarli, arrampicava qualche metro, poi rimetteva le mani nelle moffole e così via. Questa “tortura” però teneva la mente occupata e impediva di pensare a dove mi trovavo veramente e che mi stavo inesorabilmente avvicinando al Second Step, la parte tecnicamente più difficile da scalare e che mi atterriva, essendoci precipitato più volte in sogno.

Cercavo anche di non illuminare troppo in giro con la frontale per evitare di trovarmi qualche cadavere a pochi centimetri. Ma come poi verificato scendendo di giorno, il Thunder Crack non ha morti. Sono tutti che attendono sulla cresta sommitale. Chi muore nel canale è perché precipita. Oltre ai cadaveri sulla cresta sommitale è pieno di bombole abbandonate che con i forti venti o negli spostamenti annuali delle nevicate e del disgelo si muovono e spesso precipitano in basso (dove per fortuna la densità statistica dei passanti è bassina). Altri pensieri-ricordi che occupavano la mia mente: la mia bambina più piccola che ha tre anni e che al telefono due giorni prima mi aveva detto: “Pappa, fei mae ‘tenzion” (Papà, stai attento); quella stessa mattina nella tenda del campo 3, io che tenevo la mano del mio amico Bastrentaz sdraiato e privato della vista da un occhio, per cercare di farlo stare calmo.
Verso la sommità del canale raggiungiamo una coppia, un cliente di spedizioni commerciali e il suo sherpa che sono bloccati. Rosset ed uno dei due sherpa, che sono davanti, riescono a superarli nel canale. Io e l’altro non ci arrischiamo e così rimaniamo fermi un pò. Si sbuca sulla cresta sommitale e arriva il vento, molto forte. Nevica e la notte è nerissima. Da qui alla vetta ci sono- credo -un chilometro e mezzo di sviluppo- e tre steps da superare.

Il primo step arriva subito. Si tratta di una fessura molto larga che esita in una specie di camino finale. Guardo verso l’alto e la luce della frontale si perde nel nero. Tolgo le moffole e mi dico che la morte mi aspetta sul secondo step, quindi qui non c’è nulla da temere. Sul fondo del camino c’è una masso obliquo che crea una specie di placca. Bisogna tirarsi sulle corde a forza di braccia. Afferro tutto il fascio di corde, sia quelle vecchie che quelle recenti. In qualche modo passo. Dopo il primo step si cammina sul filo della cresta con qualche sù e giù: quando è giù tutto va bene, cammino anche spedito (per quello che permettono gli scarponi e la vista appannata); quando è su- anche di pochi metri- la vita rallenta drammaticamente.

Giungiamo al Mushroom Rock, la roccia a forma di fungo. Qui la cresta si allarga un pochino e c’è uno spiazzo naturale dove convenzionalmente si lascia la bombola usata fino ad ora (siamo circa a metà) e si prende quella nuova che si ha nel sacco che servirà per arrivare fino in cima e ritornare fino a qui. Siamo a 8600 metri circa. Senza ossigeno, se sto seduto va tutto bene. Appena mi muovo mi sembra che un camion mi sia salito sulle spalle. Riprendiamo e vediamo due luci a picco sopra di noi. Devono essere Rosset e l’altro sherpa. “Second Step!”, dice Nima che è il nome del mio sherpa. Ci siamo.

Ora nevica forte e il vento si è alzato deciso. Mi attacco alla corda e la seguo mentre si perde nell’oscurità attraverso un sistema di cenge lungo la cresta. Per fortuna è tutto appannato, non vedo cosa c’è sotto di me nell’oscurità. A dire il vero non vedo quasi nulla neanche davanti. La corda sale sempre più decisa e io la seguo. Improvvisamente davanti a me c’è qualcosa di metallico e io - nell’appannamento degli occhiali - ci ho quasi sbattuto contro. E’ il gradino metallico di una scala. La famosa scaletta di alluminio che consente di salire il Second Step, altrimenti invalicabile. Il pezzo temuto. Non mi lascio neanche un secondo per pensare e comincio a salire. In cima alla scaletta il momento della verità: l’uscita strapiombante. Afferro tutte le corde che vedo in giro, vecchie o nuove, logorate o intere, in un unico fascio; se ci fosse un cadavere afferrerei anche le sue mani (il cadavere, in realtà, poi c’era. Quello di una alpinista giapponese, che -ostacolando il passaggio- l’anno passato è stato appeso da alcuni sherpa sotto una cengia all’inizio della scaletta). Tenendo il tutto, mi isso a destra e in un attimo sono fuori. La Morte - a differenza che nei sogni - non si è fatta viva, ed è stato più facile di quanto immaginassi.

Il primo step, in rapporto, è più complesso. Ovviamente, se non ci fosse la scaletta il secondo step sarebbe insuperabile. Ora il terzo step è una formalità. In cima al terzo step c’è il corpo dello sloveno morto dieci giorni prima. Aveva voluto sfidare la montagna con il vento forte. La sua è una visione raccapricciante. Avevo sempre pensato di trovare chi muore di sfinimento in una posizione tranquilla, di abbandono. Quest’uomo è supino, su di un dosso della cresta, la testa in giù le gambe in alto: le mani sono contratte ad artiglio, la testa è rovesciata indietro, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata come se fosse morto urlando. Sembra di marmo, eccetto per la bocca e il palato che sono neri. Vorrei fare qualcosa per lui, un gesto di umanità, e l’unica cosa che mi riesce -nonostante sia molto lontano dalla chiesa- è il segno della croce.

Comincia il pendio finale, nevoso a 45°. Qui faccio molto fatica, anche perché non ho piccozza (mannaggia a Bastrentaz, “la piccozza non serve, è un peso inutile”). A volte salgo carponi, piantando le moffole nella neve. Saranno solo 100 metri, ma ad un certo punto parto verso il basso. Per fortuna sono attaccato con la longe alla corda fissa. Il cielo comincia a schiarire. Il pendio finisce in un saracco verticale insuperabile, per cui la via gira a destra, attraverso lo scudo roccioso della vetta. Si entra in un sistema di cenge che prima si dirige a destra e poi risale a sinistra fino a raggiungere l’anticima. Le cenge sono strette ed innevate. Sotto si spalanca un abisso di 3000 metri, la parete nord. Anche qui ci sono le corde fisse, ma osservo che gli ancoraggi delle stesse sono vecchi chiodi arrugginiti. Le corde poi sono lasche. Se uno vola, ammesso che il chiodo tenga, con corde così molli fa almeno 5-6 metri di volo e sbatte sulla parete. Una frattura, qui, significa il non-ritorno. Sto attento a non inciampare nei ramponi. Sotto, da qualche parte c’è il famoso Canalone Norton. Oltre, sulla destra, il canalone Hornbain che ancora custodisce il corpo di Marco Siffredi. Rosset è lì e mi scatta una foto mentre esco sull’anticima, dove la roccia rilascia il posto alla neve. Vedrò poi che sono in una posizione atletica, mai avrei immaginato, sto tallonando la roccia con la gamba sinistra per issarmi fuori.

Ora è giorno. Il vento è sempre più forte e nevica, ma vedo la cima a cento metri in linea d’aria. Gli ultimi cento metri si coprono in meno di dieci minuti e fanno nuovamente rimpiangere di non avere la piccozza. E’ un pezzo di cresta nevosa abbastanza affilata che sormonta un abisso. Non si possono fare sbagli. La vetta, infine, è diversa da come la immaginavo o come sembra nelle foto. E’ un piano inclinato, non un dosso piatto. Ma probabilmente cambia ogni anno, a seconda di come la modellano i venti. Mi siedo sul bordo superiore di questo piano inclinato. Da Sud la bufera non permette di vedere nulla, se non qualche bombola abbandonata. Da lì non sta salendo nessuno. Stringo la mano allo sherpa e facciamo delle foto. In me non c’è esaltazione o un particolare senso di trionfo: ho nostalgia di tutto quello che c’è sotto di noi. Ci muoviamo velocemente. La discesa verso il Campo base avanzato (6400 m) è lunghissima: metterò 12 ore a raggiungerlo. Dietro di noi, velocemente, la neve cancella le tracce del nostro passaggio.

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enrico

11 Marzo 2006 alle 5:14 pm

Parco dell’Etna: Rafforzare il connubio Turismo-Sport-Ambiente

Al via il 22 Aprile la 3° edizione del “Sicilia Vulcano Trail” organizzato dall’associazione sportiva Skytribe
(http://www.mandala-tour.com) in collaborazione con l’Ente parco dell’Etna e il movimento eco-sportivo Sportchallengers.

Evento sportivo unico nel suo genere, toccherà sei tappe suddivise tra le Isole Eolie e il Vulcano Etna.
Obbiettivo degli organizzatori è di rafforzare il connubio tra Turismo Sport e Ambiente.

Tra i partecipanti di questa edizione Mario Prosperi, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles e Roberto Giordano, che ha realizzato il giro d’Italia di corsa.

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